Sfingi senza segreti


Forse le persone se ne sono fatte una ragione, a un certo punto, di non riuscire a mandare più nulla alla mente, ed è questo il motivo per cui mi capita sempre meno di sentire la domanda «Ma tu ricordi cosa facevamo quando non avevamo gli smartphone?». A parte che sì, certo che me lo ricordo, non è che gli smartphone hanno riempito pomeriggi opachi senza gioia né dolore: c’era quel relitto dello scorso millennio che erano le amicizie, c’erano comunque i telefoni fissi (a casa mia erano presidiati da mia sorella, che ha capacità conversazionali nettamente migliori delle mie e quindi la gente aveva voglia di chiacchierarci), c’era la televisione, con l’interruzione notturna ma c’era, e poi c’era un antico, costoso e farraginoso internet. C’è un tempo ancora più dimenticato di quello soffusamente antecedente all’avere lo specchio nero sempre a portata di mano: il tempo di quando c’era quell’internet scassato lì, che era nato da poco, ed era una roba da sfigati.

Si tratta di un lasso di tempo molto breve, indicativamente dal 1998 al 2008, e cioè tra l’inizio della diffusione anche in ambito domestico dei computer e l’inizio della diffusione mondiale degli smartphone grazie alla popolarità dei primi iPhone. Nel 2008 cominciava inoltre il declino che si è concluso oggigiorno con la quasi totale scomparsa (se escludiamo i Brondi) dei tastierini dei cellulari, le ultime vestigia di un rapporto meno malsano con le cose.

Era il 2003, avevamo un modem che si connetteva grazie alla linea telefonica di casa (che era occupata dalle suddette chiacchierate di mia sorella quando non ero io a occupargliela cercando disegni dei Pokémon) e ci forniva una velocità massima di 56k, l’equivalente odierno di cercare di mandarsi messaggi scrivendo una lettera su un foglio di carta da legare a un riccio per poi sospingerlo in direzione di Bosco Piccolo. Frequentavo pochissimi siti, uno di questi si chiamava Tancredionline, un nome così teneramente elementare da farmi rimpiangere sempre più quella dimensione altra che era il web; Tancredionline non permetteva di lasciare i commenti sotto gli articoli, non aveva ancora, che io ricordi, chat, né private (spazi separati) né pubbliche (spazi incorporati nei siti): aveva un guestbook, cioè un libro degli ospiti digitale, in cui le persone potevano lasciare messaggi in modalità asincrona; significa una cosa aliena ai nostri tempi saturi di eterno presente, una cosa dimenticata nei fumi della reperibilità costante: non erano messaggi scambiati in diretta, e molto spesso le interfacce rudimentali impedivano di fare commenti in serie perché richiedevano di inserire nuovamente il nomignolo e il commento anche pochi minuti dopo averlo fatto.

Se non ne avete fatto esperienza, immaginatevi un mondo di siti internet fatto a mo’ di assistenza clienti digitale del vostro operatore telefonico preferito (preferito nel senso che avete una bambola vudù a forma di logo della Wind che usate come portaspilli). Un mondo di siti internet disordinato, naïf, frustrante per chi non aveva davvero un interesse fortissimo a utilizzarlo ed era incline a farsi scoraggiare da qualsiasi ostacolo. Gli sfigati a cui penso non erano i nerd, i secchioni: credo che lo 0 (zero) in storia dell’arte ricevuto in seconda liceo per non essermi preparato sulle catacombe mi qualifichi sufficientemente come sfigato non secchione; non erano nemmeno i disadattati, cioè sì, lo erano, ma i disadattati non stavano su internet, preferivano tenersi alla larga da casa propria. Erano invece i picchiatelli, i fissati, quelli ossessionati da questioni inutili, quelli che citano tutti i giorni le vignette di xkcd, gli ammiratori, i collezionisti, generalmente quelli che sarebbero diventati i fan, una categoria in cui oggi rientriamo praticamente tutti.

(Sì, c’erano anche le persone serie, ma quelle che usavano internet produttivamente lo facevano per lavoro, oppure stavano sviluppando innovando creando perché erano sfigati che di lì a poco si sarebbero procurati un lavoro grazie alle loro sudate ossessioni (pochi) o un impero (pochissimi e quasi tutti negli Stati Uniti).)

Gli sfigati che passavano la maggior parte del loro tempo su internet non lo facevano solo perché tutto era tremendamente lento, e quindi ogni minima azione comportava attese per cui aveva senso tenere la tv radio e stereo accesi così almeno ti intrattenevi, ma anche perché erano incapaci oppure semplicemente la-volpe-e-l’uva-mente disinteressati a inseguire un senso di appartenenza nel mondo reale, ad avere a che fare con le persone direttamente, a usare il proprio corpo come tramite.

Con i social network, il meccanismo si è talmente semplificato che siamo (sì ma io lo sono da sempre. Siete? Sono?) diventati tutti sfigati, tutti indisposti a usare il corpo senza l’appendice portatile in titanio grado 5. Quando internet era una cosa da sfigati, l’orrido del perturbante (personalissima traduzione di “uncanny valley”) non si era ancora allargato fino a diventare un canyon, un parco nazionale, una regione, un continente, non era ancora divenuto la saccoccia scura dentro la realtà dove siamo finiti tutti a vivere come dei lemming stanziali. La virtualità è tracimata sulla realtà, intorbidandone i contorni, nascondendone anziché evidenziarne i limiti, rendendone progressivamente irrilevanti le caratteristiche ontologiche; prima tra tutte la fisicità, e con essa l’oggettualità.

Non mi piacciono i talent show e i reality perché sono invecchiati male, anzi, sono invecchiati senza crescere nemmeno un po’: sono rimasti quella cosa lì, la stessa di venti e passa anni fa, benché ora farcita di regole e meccaniche che cercano in tutti i modi di sembrare originali e fertili risultando invece sciocche e pallose come l’eccesso di regole dei giochi di società. Come se, vent’anni dopo aver visto un lattante gattonare, si fosse costretti ad assistere allo spettacolo inquietante di un giovane uomo col pannolone che gattona spensierato.

La realtà è ormai un reality, uno spettacolo inquietante, un iper-Truman Show, ce ne rendiamo conto tutti. Anche le cose hanno perso la loro cosalità. Non è niente di nuovo, lo diceva già Byung-Chul Han nel 2021: “La digitalizzazione […] ha messo la parola fine al paradigma oggettuale”; e “I media digitali riescono a superare con successo ogni resistenza spazio-temporale”, ma “è proprio la negatività della resistenza a essere costitutiva dell’esperienza autentica. L’assenza digitale di resistenze e l’ambiente smart portano a una carenza di mondo e di esperienze”. Si notava anche con la viralità delle immagini: “[…] when people copy those cool pictures, and the number of digital images grows, they start to lose their connection with the physical world”.

Tempo fa ho visto un video di una (vlogger? Influencer? Content creator? Facciamo che uso tizia) tizia che suggeriva ai (spettatori? Telespettatori? Pubblici? Facciamo che uso malcapitati) malcapitati di ragionare con maggiore attenzione sulle proprie capacità oratorie, di studiare ritmi e intensità, di esaminare le reazioni dei propri interlocutori e aggiustare il tiro di conseguenza, insomma di diventare più bravi nel raccontare storie; tutto giusto: dovremmo essere più bravi a non annoiare il prossimo quando ci sentiamo di condividere aneddoti scadenti, no? Forse no. Forse alla tizia non importava particolarmente l’essere più bravi. Il migliorarsi sembra un’attività deprecata in un momento storico in cui non siamo ancora riusciti a risolvere la contraddizione per cui siamo perfetti così come siamo e come siamo è anche oggetto di costante dibattito, scrutinio, finanche biasimo.

La tizia ci teneva che i malcapitati capissero che, a volte, è importante tacere certi dettagli di una storia, perché essi (quando non l’intera storia) potrebbero non rientrare nell’economia degli interessi del prossimo, e obbligare gli altri a sorbirsi il malloppo intero significherebbe dare la massima importanza a sé stessi e, di conseguenza, nessuna agli altri. Più nello specifico: significherebbe parlare perché si vuole parlare, senza badare al fatto che ci sia qualcuno ad ascoltare dall’altra parte, e che quel qualcuno reputi te e la storia di come quella volta tuo figlio settenne ha fatto una cosa troppo buffa troppo al di fuori dei suoi interessi.

Già qui c’è un problema, perché quegli interessi potrebbero benissimo essere le cose troppo buffe che l’interlocutore ha fatto con i suoi amici dopo la partita di calcetto. Sì, il video esordiva con il solito segmento volto a suscitare immedesimazione (purtroppo senza impiegare il meccanismo “non so voi” amato da internet che precede qualsiasi esperienza banalissima ma raccontata come se non se ne fosse parlato per millenni da Epicuro a mia nonna), ma il succo era comunque: io consapevole e sgamata; voi (nel video dice “voi” ma intende gli altri), cari adepti, consapevoli e sgamati proprio come me; gli altri, che non siamo tozzianamente noi, insopportabili e noiosi.

È una di quelle posizioni che, però, escludono la realtà: le pratiche del disimparare funzionano meglio a parole perché, anziché ragionare in modo trasversale, complesso, puntano a innestare nuovi comportamenti in dinamiche relazionali che coinvolgono due, tre, cinque, dieci individualità. Escludono la realtà, che è fatta sì di relazioni, ma anche di corpi e di cose.

Il feudo immateriale degli sfigati funzionava perché era piccolo, perché era stato cucito addosso alle incapacità dei suoi abitanti di far funzionare il corpo, di riconoscerlo come espediente e non come intralcio; era fondato su una tecnologia diversa da quelle del passato, che funzionavano come estensioni degli arti, una tecnologia che andava a sostituire il corpo nella sua interezza, quel corpo che, a detta di praticamente tutti, costituiva l’ostacolo più grande, vuoi per la sua sgangheratezza, vuoi per la sua collocazione geografica, vuoi per tutti i suoi limiti, alla vicinanza con gli altri. Al suo interno, poi, le dinamiche sociali erano intrappolate in un’adolescenza perenne: la corporeità dell’adolescenza veniva meno, compensata da relazioni altrimenti impossibili, ma il corpo si può negare solo fino a un certo punto, e tutto quello che non poteva ottenere nella realtà, cercava costantemente online. Non voglio dire che chi è stato troppo online durante l’adolescenza sia condannato a cercare per tutta la vita i piaceri che si è negato a quindici anni (oppure voglio dirlo? Non so. Mi viene in mente questo articolo, e il fatto che gli uomini gay o queer siano più suscettibili al dissiparsi della bellezza proprio perché se la sono goduta di meno quando questa era al suo culmine), però forse voglio dire che il funzionamento acerbo e caotico di internet è tale perché nato adolescente, e finché c’erano dentro in venti potevamo permettercelo.

Potevamo permettercelo anche perché, evidentemente, internet non è fatto per crescere, perlomeno nel senso in cui concepiamo lo sviluppo, cioè come una serie di iterazioni che hanno come obiettivo il miglioramento attraverso cambiamenti inevitabili. Gli sfigati sono tendenzialmente più felici? Oppure, semplicemente, “two is the loneliest number since the number one”? Internet non cambia e non muore, si rafforza espandendosi e contemporaneamente serrando i ranghi, cercando modi sempre più sofisticati di separare l’esperienza digitale da quella fisica facendo sì che la seconda risulti irrilevante e la prima indispensabile.

Internet non è fatto per crescere, e le prove sono un po’ ovunque: i protagonisti di Le perfezioni che, anche se Latronico descrive come entrati nell’età adulta mentre internet faceva lo stesso, diventano grandi – cioè, invecchiano – comportandosi sempre come adolescenti irrequieti ossessionati dall’immagine, principalmente di sé, principalmente digitale e condivisa; ma anche Welcome to the internet di Bo Burnham: parla di internet ma intende i social network, che hanno fagocitato qualsiasi idea residuale di internet che potessimo ancora avere, e che non considererei un sintomo di crescita quanto piuttosto di sclerotizzazione; azzardo: la scomparsa delle nuvolette nei fumetti è un effetto secondario dell’impossibilità di internet di crescere: ci troviamo tutti, tutti i giorni, in un mondo in cui l’imperativo è dire subito e il livello di irrilevanza è direttamente proporzionale alla quantità di secondi sprecati a pensare, quindi un mondo adolescente, un mondo in cui pure gli autori – adulti – dei fumetti per ragazzi smettono di approfondire, e in cui i ragazzi vedono la rappresentazione del pensiero come un espediente pretestuoso (come se l’immaginazione non fosse già di per sé una finzione). L’Internet-social è talmente incapace di crescere che è finito per diventare televisione, anche se ben più appiccicosa e irritante. Stare su internet è esattamente come guardare un reality nel 2026.

L’internet di cui parlo non sono semplicemente i social network, ma i social network pensati progettati e costruiti per funzionare sugli smartphone, che David Le Breton definisce “uno strumento radicale di chiusura in sé nell’oblio degli altri intorno a sé, che diventano accessori. Ma l’individuo accentua il sentimento di solitudine distaccandosi dalla concretezza del rapporto con gli altri”.

Chissà che cosa ci riporterebbe più vicini al corpo, al reale. Sarebbe meglio pensare di più e dire di meno? Pure Gianni Rodari faceva dire a Penna d’Argento ne La freccia azzurra che “Chi pensare molto dire cosa saggia” (va be’, era la versione pupazzetto di un capo tribù che lodava l’introspezione di un cane di pezza, ma mi capite, su). Oppure esprimersi sulle cose importanti a patto di averci pensato su per almeno sei mesi? Esprimersi con chi, poi? Riprendendo Le Breton: “Alcuni si adattano a queste accelerazioni. […] Non hanno più tempo per la conversazione che a loro sembra anacronistica, lenta, inutile, senza funzionalità. Per altri, questa tirannia della disponibilità conduce al desiderio di non aver più da rispondere senza posa di sé”; e, più in là: “L’individuo contemporaneo è connesso piuttosto che in relazione”.

Ma, se c’è una cosa chiara a tutti, e l’intelligenza artificiale in questo senso ne è l’esempio più recente e in vista, è che quando si crea un mercato vengono meno le condizioni per tornare al mondo in cui quel mercato non c’era. Metterci sei mesi per scrivere un testo (c’è chi dice che ce ne ho messi più di dodici per scrivere questo, e quella persona che mette in giro tali voci sono io) non è né un’idea intelligente, né un modo per risolvere alcunché: io sono il primo pirla vittima dei meccanismi ottundenti dei social. Sono quel pirla che imposta il limite di un’ora di utilizzo giornaliero dei social e che appena l’ora scade clicca su tutte le app per ignorare il blocco e proseguire nell’ebetissimo scorrimento del feed di Twitter.

Questo blog è per me, per mettere in fila i pensieri e per farci i disegnini. Lo condivido con i miei amici, è online ma non pubblicizzato, perché è sostanzialmente uno strumento di organizzazione e sperimentazione, nel suo piccolo. Forse ci vuole un rifugio? Una man cave? Un capanno degli attrezzi dove fare bricolage? Se tutti adottassimo questa pratica aumenterebbe, paradossalmente, il contatto con la realtà, oppure aumenterebbe il numero di Unabomber? Non lo sapremo mai: la direzione in cui stiamo andando è opposta, per non partecipare bisogna pagare pegno.

Penso spesso a quel video in cui Dylan Mulvaney incontra Laverne Cox ai Grammy del 2023 e riceve un consiglio prezioso che ignora completamente da oca qual è: “Mi raccomando, tieni una parte della tua vita solo per te” le dice, dopo averle fatto notare che il documentare quotidianamente ogni singolo aspetto della sua vita con video sui social media non solo è folle (anche se, in un’epoca in cui ci sentiamo di condividere col mondo gli ultimi secondi di vita dei nostri cari morenti se questo ci garantisce quei cinque mi piace di più necessari a svoltare la giornata, è più da scemi che da matti ai margini della società), ma è anche controproducente. Quanto più racconti, tanto più avrai bisogno di raccontare, ma se il meccanismo consiste nella condivisione incessante e indiscriminata sarà sempre più difficile trovare senso. Se scavi fino a svuotare un contenitore, prima o poi ti toccherà bucarne le pareti.

Il titolo di questo testo cita un racconto breve di Oscar Wilde in cui un lord annoiato si innamora di una tizia con un segreto. Una vedova irrequieta e irreperibile, dall’aspetto a un tempo sofisticato e kitsch di una chiaroveggente, che doveva fare un certo effetto ai maschi della Londra del 1887 (soprattutto quelli svenevoli e bizzosi dei racconti di Wilde – svenevole e bizzoso è la circonlocuzione che userò d’ora in poi al posto di “maschio gay”). Nel 2026 non faresti in tempo ad avere un segreto che verresti prima fotografata dal portinaio e poi sgamata da tutto il circondario grazie alla di lui moglie che, dopo aver ricevuto su Whatsapp una tua foto a 48 megapixel – probabilmente perché il portinaio è pure un porcone che con la scusa del pettegolezzo fotografa i culi delle ragazze – l’ha inoltrata a un gruppo del vicinato chiedendo a tutti di identificare chi sia sta smandrappata. Anzi, versione più verosimile: nel 2026 condivideresti con la tua cerchia di quindicimila intimi il tuo più recente segreto (“Guardate il video fino alla fine per scoprire il segreto! Occhio agli spoiler”).

Lord Murchison, uno dei due protagonisti, racconta all’altro di essersi innamorato della tizia, Lady Alroy, della sua elusività e di come, pedinandola e indagando, riesce infine a scoprirne il segreto (anche se troppo tardi: Lady Alroy muore a causa di un colpo di freddo, poi dici gli Italiani esagerano). E quindi, con quale trovata Wilde si è burlato dei suoi connazionali? Qual era sto segreto? Niente. La tizia fingeva di avere un segreto per apparire più affascinante: prendeva in affitto un posto letto e passava delle ore intere da sola a leggere, oppure a prendere il tè, oppure a far niente. Persino Lady Alroy, col suo misterioso finto segreto, col suo complesso da Sfinge, col suo essere l’unica strana nell’universo del racconto, appare concreta nella sua evanescenza. Se il racconto fosse ambientato nel 2003, Lady Alroy sarebbe stata una sfigata che per sembrare sofisticata affitta di nascosto una cabina in un Internet Café dove giocare al Solitario di Windows XP per quattro ore (un comportamento a cui tutti oggi guardiamo con struggente nostalgia).

In Viaggi organizzati, una canzone del 1984, Lucio Dalla descrive il dialogo tra una persona e qualche tipo di macchinario, qualche tipo di tecnologia attraente ma anche inquietante che, con frasi seducenti da pubblicità televisive, promette avventure e sentimenti a patto di, semplicemente, chiudere gli occhi e lasciarsi condurre. In un passaggio particolarmente significativo, però, la persona protagonista della canzone (non ho capito se uomo o donna, ci sto ancora pensando perché sono funzionale sì ma comunque analfabeta) gli dice che, gli occhi, “invece è bello chiuderli di notte senza sapere se ti sveglierai”. Pensa tu, scrivere di quanto è bello correre il rischio di non svegliarsi pur di non lasciarsi irretire dalle malie inconsistenti della sovraesposizione mediatica. Dove devo firmare? Ah, devo prima iscrivermi alla newsletter e poi condividere il codice ricevuto via email facendo una storia di Instagram? Ah, e devo pure taggare mia zia?

Prima di abbattersi sulle nostre vite come una cascata di fango appiccicoso (e spesso maleodorante), i social network giuravano che la vera svolta rispetto all’internet 1.0 sarebbe stata l’ulteriore riduzione delle distanze col prossimo e la possibilità di sbirciare nelle reciproche vite. Per un po’ è stato vero, ma troppo poco: alla fine le distanze sì sono ridotte, ma si sono anche insediate come componente fondamentale delle nostre esistenze, come cunei che tengono in sede pezzi all’apparenza inconciliabili. Chi inventa nuove tecnologie per le masse deve cominciare con grandi proclami, e questi proclami solitamente riguardano il miglioramento della qualità della vita: finora, quello che abbiamo ottenuto è più che altro la semplificazione di alcuni aspetti della vita di tutti a discapito di quelli che la rendevano piacevole anche al di fuori della realtà digitale.

La soluzione è chiudere baracca e affondare, come il capitano Whalley dello stupendissimo Al limite estremo di Conrad? Rassegnarsi alla fine di un’era, accettare che si è fatto tutto quello che si poteva fare e lasciare che siano altri, più esperti e acclimatati a occuparsi del presente? L’anziano capitan Whalley attraversa i mari del sud quando la sua epoca, quella delle esplorazioni e delle traversate oceaniche, sta per concludersi e passare il testimone a quella delle navi a vapore, più efficienti e sicure. Sua figlia ha sposato un inetto e lui, per aiutarla a raccogliere i soldi necessari ad avviare una piccola impresa, decide di imbarcarsi per un ultimo viaggio, proprio su una nave a vapore chiamata Sofala, tenendo nascosto a tutti il suo segreto più tragico: sta perdendo la vista. Ma, quando il viaggio volge al termine, lo stratagemma folle del suo socio provoca il naufragio della nave. L’equipaggio corre alle scialuppe e si salva, lui no: si lascia affondare, portando negli abissi corpo e segreto. Capitan Whalley ha assicurato la sua parte di denaro, che quindi la figlia riceverà dopo la sua morte.

Una lettura noiosa potrebbe vedere nell’incapacità di sopportare la vergogna di rivelarsi decadente e definitivamente impossibilitato a navigare – cioè l’attività per cui aveva un talento innato e su cui aveva costruito una vita intera, il lavoro che gli aveva procurato prestigio e rispetto – il tratto caratteristico dei maschi deboli ma pieni di sé, per natura renitenti a immaginare un mondo in cui a dettare le regole non siano sempre e solo loro. L’identità di Capitan Whalley però non esauriva nel suo lavoro, perché egli guardava oltre: sapeva che tutto stava finendo, crollando di fronte a quegli occhi incapaci di vedere il futuro, quel futuro che pure, instabile, aveva sotto i piedi.

Forse quindi vale la pena arrendersi, accettare di navigare in una nuova realtà di post-umano, post-linguaggio, post-verità, una realtà oltre, dove non ci sono più segreti.